martedì 7 luglio 2015

Occhi neri

Quinto racconto della raccolta "Storie di realtà parallele"

Vivevo la mia vita tranquillamente, mi consideravo un ragazzo normale, con i miei limiti e le mie paure, ma normale.
Mi lamentavo spesso, magari perché non riuscivo a prendere un bel voto o perché non potevo uscire il sabato sera; credevo che tutto il mondo fosse contro di me. 

In fondo ero giovane, avevo solo diciannove anni.
Credevo che tutto andasse male, finché non incontrai lei, in una panchina fredda e umida della metropolitana.

Lei, era una bambina pakistana, si chiamava Kadja, solo Kadja perché un cognome, mi disse, non lo aveva.
Mi sedetti a fianco a lei e la guardai negli occhi, sembravano spenti; aveva solo nove anni e tremava.
Le diedi la mia giacca e le chiesi che cosa ci facesse lì.
Lei mi guardò ma non rispose, chiuse gli occhi e si addormentò. Passò il tram ma non lo presi, non avrei mai permesso restasse sola, in metro, di notte.
Aspettai tutta la notte a fianco a lei, vegliai vigile fino a quando il sonno non prese il sopravvento pure su di me.
Quando si svegliò, mi trovò vicino a lei, mentre dormivo, e mi guardò sbalordita. Mi sfiorò e subito scattai in piedi, mi guardai attorno e capii di non essere tornato a casa, capii di aver passato la notte in metropolitana. Subito le chiesi se avesse fame. Lei si limitò a farmi un cenno impercettibile con la testa; andai a comprarle un cornetto e, quando tornai, lo divorò come non avevo mai visto fare. Allora iniziò a parlarmi, ad aprirsi e mi raccontò tutto di lei, tutta la sua storia.
Era nata il 9 aprile del 2003 in un piccolo villaggio nel sud del Pakistan. Era l’ultima di sette figli e i suoi genitori erano poverissimi. La madre si occupava dei figli mentre il padre portava i soldi a casa lavorando in nero presso una grossa industria di smaltimento dell’amianto.
Un giorno, quando Kadja aveva solo tre anni, il padre non tornò più. Le dissero che era morto, schiacciato da una grossa trave in fabbrica; la madre allora per la disperazione scappò e non tornò più.
Lei, suo fratello maggiore e le sue cinque sorelle furono affidate ai parenti più vicini, che, anziché occuparsi di loro, le lasciarono sulla strada; tre delle sorelle morirono mentre cercavano un posto dove stare.
Il fratello maggiore, appena maggiorenne, tentò un viaggio di fortuna per trovare un lavoro; restavano solo lei e le sue ultime due sorelle ma di lì a poco si sarebbero separate.
Un giorno Kadja, mentre chiedeva l’elemosina, fu presa da alcuni assistenti sociali e portata in Italia, dove all’età di cinque anni fu affidata ad una coppia di italiani. Per la prima volta dormì in un letto comodo e morbido e mangiò un vero pasto.
Ma la sua “felicità” non durò molto.
Quando aveva circa sette anni, dopo neanche due anni dal suo affidamento ad una famiglia che le avrebbe dovuto dare finalmente una stabilità, il padre perse il lavoro e iniziò a bere; quasi ogni notte entrava nella stanza di Kadja e abusava di lei. Kadja piangeva con la faccia schiacciata nel cuscino mentre la sua purezza e la voglia di vivere si spegnevano per sempre.
Scappò, stanca di essere trattata come una di quelle bambole che lei non aveva mai avuto, stanca di dover sentire la puzza di alcol tutte le sere. Quella mattina Kadja corse, come non aveva mai corso in tutta la sua vita; non sapeva dove sarebbe finita, ma era consapevole da chi e da cosa stava scappando e questo le permise di continuare a correre per diverse ore.
La sua, però fu una fuga breve; gli assistenti sociali la rintracciarono e lei venne affidata ad un convento, nella convinzione che tutto il male del mondo non potesse entrare nella casa del Signore, ma si sbagliavano.
Le suore la usarono come una piccola serva, la facevano svegliare all’alba e doveva fare una serie di cose inutili, ogni giorno. Le suore stavano lì a guardarla, divertite nel vedere che lei piangeva.
Mentre Kadja mi raccontava la sua storia, piangeva ma nonostante ciò voleva continuare, aveva trovato qualcuno pronto ad ascoltarla, qualcuno che non sembrava cattivo, ma solo curioso.
Mi disse che una notte, dopo l’ennesimo maltrattamento, decise di scappare, di andare lontano.
Una notte ci riuscì ma arrivata in città non sapeva più dove andare, si sentiva persa e sola tra migliaia di persone. Non aveva punti di riferimento né una meta, ma aveva bisogno di mangiare e di un rifugio per ripararsi dall’acqua e dal freddo.
Non era nient’altro che un volto, un involucro di carne vuoto, senza identità né emozioni, strappatele quando era ancora piccola. Fu così che diventò un animale, priva di dignità e razionalità, guidata solo dall’istinto di sopravvivenza.
Iniziò a rubare, rischiando di essere linciata dalla gente che, pur essendo onesta e rispettabile, non aveva la minima idea di ciò che volesse dire generosità. Si nascondeva sopra gli alberi dei parchi alla loro chiusura per dormire su una fredda panchina, senza la paura di incappare in pedofili o ubriachi.
Poi un giorno trovò altri ragazzi, bambini come lei, senza un tetto, una famiglia, una vita. Non parlava bene l’italiano, ma riuscivano a comunicare con un semplice sguardo, con un gesto. Iniziò a rubare per loro, che iniziò ad identificare come la propria famiglia, forse perché non sapeva neanche cosa volesse dire famiglia o forse perché era stanca di dover diffidare di tutto e di tutti ma, alla prima occasione, fu abbandonata pure da loro, rimase sola.
Con gli ultimi soldi rimasti dall’ultimo furtarello si comprò un biglietto per la metropolitana e ci salì, anche se non sapeva dove l’avrebbe portata. Sul tram vide una donna, distinta, di una bellezza invecchiata dagli anni, una bellezza che si poteva comunque scorgere nel suo portamento e nei suoi modi di porsi agli altri. Aveva un grosso cappello e un cappotto con la pelliccia, le guance incipriate e delle scarpe nelle quali ci si poteva specchiare.
Aveva un buon profumo, e quando Kadja la vide scendere decise di seguirla. Non sapeva perché ma sperava che uscendo da quella porta un giorno sarebbe diventata come quella signora. Appena scese dal tram quella signora sparì e di lei restò solo il profumo, una lunga scia di profumo delicato. Sconfortata, si sedette su una panchina; dopo un po’ arrivò un ragazzo giovane, infastidito, che appena la vide si avvicinò, si preoccupò di lei e ascoltò la sua storia.
Kadja si fermò, non piangeva più; mi guardava negli occhi cercando di capire cosa pensavo, cosa volessi fare ora che la storia era finita.
Io la guardavo, guardavo i suoi occhi neri, occhi che hanno visto cose che un essere umano non dovrebbe mai vedere, occhi che hanno pianto, lacrime su lacrime fino a finirle.
Guardavo il suo viso, sporco di qualcosa che non macchia, che si sarebbe tolto facilmente con un po’ di acqua e sapone; il suo animo no, era macchiato in modo indelebile dalla società corrotta e dalla cattiveria dell’essere umano. Mi sorrise, non l’avevo ancora vista sorridere; mi sfiorò la mano e mi disse “Aiutami tu.”
Avevo solo diciannove anni, tanti, ma nessuna certezza. Decisi lo stesso di portarla a casa, come una clandestina, perché non mi fidavo di riportarla dagli assistenti sociali.
Questo incontro mi cambiò, mi fece riflettere sul fatto che ci sarà sempre qualcuno in difficoltà, qualcuno che quello che noi abbiamo non sa neanche cosa sia, qualcuno che non ha mai sorriso, e mai lo farà.
Decisi di lì a poco di iniziare a scrivere un libro per far sapere alla gente quello che stava accadendo fuori dalle loro case; il libro ebbe successo. Riuscii a guadagnare abbastanza da mantenere Kadja e assicurarle un’identità e un futuro senza problemi.
Tuttora non mi pento di quello che ho fatto, anche se un po’ rimpiango di non essermi goduto gli ultimi anni della mia adolescenza sereni e spensierati, ma avevo altro a cui pensare.
Kadja diventò una missionaria e andò in Africa ad aiutare i bambini in difficoltà; morì a trentasette anni di malaria; non so se il fato tracci un disegno per ognuno di noi, ma Kadja non meritava questa fine, non lei, non così, non mentre io mi ritrovo a scrivere queste righe all'età di sessantotto anni.

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